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Le competenze dei bimbi, una chiave di lettura per comprenderle e rispettarle

Competenza: capacità dimostrata da un soggetto di usare le conoscenze acquisite, le specifiche abilità e le attitudini personali, di interazione sociale e di carattere metodologico per svolgere in modo autonomo e con senso di responsabilità determinate attività.

Nella cultura occidentale ancora oggi il neonato viene ritenuto da molti come un esserino privo di competenze e di memoria, una sorta di tabula rasa che va solamente nutrita e pulita e ovviamente questo piccolino andrebbe quanto prima separato dalla madre per il suo stesso bene, in modo da rendersi autonomo ed indipendente al più presto, per evitare vizi, cattive abitudini e più in là i fantomatici capricci.

In realtà la scienza moderna ha dimostrato che il neonato ha numerose competenze innate e anche bisogni primari non solo fisici ma anche emotivi.

E dato che abbiamo bisogno di professionisti e ricercatori in antropologia a ricordarci ciò che dovrebbe essere la fisiologia e l’istinto, forse qualcosa in qualche momento è andata storta, ma questo è un altro discorso.

Torniamo alle competenze.

Il bambino è competente.

Se seguiamo la fisiologia dello sviluppo, scopriamo che c’è poco da dover insegnare a un bimbo, quasi tutto il lavoro lo fa da se, imitando e facendo propri i gesti ed i comportamenti dei genitori quando è il momento giusto, ovvero quando viene sviluppata una certa competenza.

Verso i 6 mesi un bimbo impara a stare seduto, non perché la mamma glielo abbia insegnato, ma perché acquisisce quella competenza motoria, poi impara a portare il cibo alla bocca con le mani, impara a camminare, a correre, parlare ecc.

Ogni cosa a suo tempo.

Ogni cosa a suo tempo. 

Nessuno si aspetta di vedere un bimbo di 7 mesi pranzare con coltello e forchetta, giusto? Così come non ci si aspetta di vedere correre quel bimbo a 11 mesi, o di leggere da solo un libro a 3 anni dico bene?

Molti invece si aspettano che il neonato impari ad addormentarsi da solo, nel suo lettino, nella sua stanza dal giorno 0, possibilmente senza disturbare le attività degli adulti. E quando questo non succede, perché è normale che non succeda, apriti cielo! Inizia il valzer dei giudizi e dei consigli non richiesti con scenari più o meno apocalittici in cui la mamma diventerà schiava del figlio tiranno e questo crescerà tra vizi e pessime abitudini. Se la mamma allatta anche al seno è la fine.

Cerchiamo allora di capire i motivi per cui questa aspettativa è irreale:

i piccoli sono “programmati” per stare accanto alla mamma, da lei dipende la loro sopravvivenza quindi la cercano appena si allontana con diverse modalità a seconda dell’età del bambino.

Il momento della nanna è particolare, perché in qualche modo ci si abbandona, non si è più vigili e non si possono avvertire eventuali pericoli, il passaggio da veglia a sonno può quindi generare anche ansia nei piccoli, che richiedono contatto e spesso suzione (sia il seno per gli allattati, sia il ciuccio) per addormentarsi. Ricercare la vicinanza con la mamma è la manifestazione del l’istinto di sopravvivenza, che non si spegne perché oggi abbiamo case sicure e letti confortevoli, la capacità di comprendere razionalmente che non c’è alcun pericolo di notte, non è qualcosa che possiamo richiedere a un bimbo, che ricerca per istinto il luogo più sicuro che conosce: 

Articolo a cura di Barbara Bove Angeretti

Consulente per il sonno e per l’educazione empatica. 

Presidente dell’associazione Maternage, ricercatrice indipendente e studiosa nerd multidisciplinare.