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CONDIZIONAMENTO E APPRENDIMENTO

Verso la metà degli anni 60 ha cominciato ad affermarsi una cultura del distacco relazionale che ha influenzato l’atteggiamento verso i bimbi piccoli, in questo periodo si è radicata la convinzione che bisognasse far loro raggiungere l’autonomia il più presto possibile. Cerchiamo di capire perché.

Intorno agli anni 50, alcuni psicologi cominciano a condurre i primi esperimenti sull’apprendimento, su come funziona e su come condizionarlo per ottenere specifici risultati. Il principale autore di questi studi è lo psicologo comportamentista Frederic Skinner che riprese gli studi di Pavlov e Thorndike e li approfondì facendo esperimenti di “condizionamento operante” il più famoso dei quali è la “Skinner box”: un topo all’interno di  gabbia può vedere due leve, una trasmette una scossa elettrica mentre l’altra dà una piccola quantità di cibo.  All’inizio il topo, esplorando la gabbia, preme le leve a caso, dopo vari tentativi però capisce quale leva va suo favore (quella che da cibo) e quale non deve più premere (quella che da la scossa).

Skinner capisce con questo ed altri esperimenti successivi con i piccioni, che è possibile modellare un comportamento con la tecnica del rinforzo positivo (premio) o negativo (punizione).

Arriviamo quindi agli anni 60, periodo di boom economico, di emancipazione femminile che per certi versi porta la donna a volersi liberare dell’opprimente status di moglie, casalinga e madre e la vede quindi slegarsi anche dal ruolo di “figura di accudimento”. Inizia a diffondersi l’allattamento artificiale e il ciuccio che fungono da surrogato del seno materno e la maggiore disponibilità economica, permette di vivere in case con più stanze, una delle quali arredata con un confortevole lettino con le sbarre, una sdraietta semovente e ninnoli a volontà, surrogati delle braccia e attenzioni materne.

Ecco che cominciano i problemi: impossibile far dormire i bimbi tranquilli nelle loro camerette ultra moderne.

“Ma perché piange questo bambino??” era una delle domande più frequenti che si ponevano e si pongono a volte ancora oggi le madri, “….gli ho dato da mangiare, cambiato il pannolino, ha il ciuccio….. perché non dorme nel suo lettino??”

E qui comincia il waltzer delle coliche, del reflusso, dei vizi, del latte artificiale che non va bene, del latte materno che non è nutriente, della tisana al finocchio, della posizione della culla e chi più ne ha più ne metta! Serviva un metodo, una tecnica, insomma qualcosa che potesse far dormire i bimbi nella loro cameretta, tutta la notte, possibilmente senza recare disturbo.

Ed ecco che ad alcuni (tristemente noti) pediatri di quegli anni (gli stessi anni in cui si consigliava lo Xanax come eccellente rimedio contro l’ansia) riprendono gli studi comportamentisti e li applicano al sonno dei piccoli considerando il sonno come un comportamento e quindi pensando o meglio, facendo credere ai genitori di poterlo “insegnare”. Da qui derivano tutte le più attuali e strampalate teorie su come sia opportuno insegnare il sonno ai piccoli: da Estivill alla Hogg, da Ferber ai moderni sleep trainers, tutti propongono più o meno le medesime tecniche di condizionamento e di estinzione del comportamento.

Ma il sonno non è un comportamento. Il sonno è uno stato di coscienza.

L’uomo è regolato dai ritmi circadiani: il nostro orologio biologico ci fa dormire per un certo numero di ore con frequenza quotidiana e ci tiene svegli cioè in stato di coscienza per le restanti ore. Questi ritmi permangono anche in condizioni sperimentali di isolamento con luce artificiale e constano di 5 fasi, la più nota delle quali è quella REM in cui avviene l’attività onirica. Quando stiamo per addormentarci, passiamo per uno stadio di dormiveglia per poi passare al sonno medio e così via, entrando in uno stato di coscienza fisiologicamente alterato, una ciclica sospensione dello stato di coscienza caratterizzato dal temporaneo distaccamento della vigilanza e della volontà, dal rallentamento delle funzioni neurovegetative e dell’interruzione parziale del rapporto senso motorio con l’ambiente.

Alla luce di questa evidenza scientifica, dovrebbe apparire immediatamente chiaro come non sia possibile “insegnare” a dormire ai bimbi.

Cosa insegnano allora i metodi e tecniche di cui parlavo poco sopra?

Insegnano un comportamento: i ricercatori comportamentisti negli anni 60 studiarono unicamente il paradigma stimolo – risposta senza considerare i processi mentali ed emotivi. Quando a un determinato stimolo, ottenevano la risposta o il comportamento desiderato, lo premiavano rinforzando così la risposta, al contrario punivano un comportamento indesiderato. Allo stesso modo se una madre non risponde al pianto del bambino o lascia trascorrere sempre più tempo prima di dare una risposta, infine il bambino smetterà di chiamare il genitore perché si sarà rassegnato a che al suo pianto non viene data una risposta positiva. Ma in tal modo il piccolo non ha imparato a dormire da solo (questo non può essere insegnato), ha imparato a non chiamare il genitore quando ha bisogno.

Esortare i genitori a evitare di addormentar il bimbo in braccio, condividere il sonno, allattare di notte, non tiene minimamente conto di quanto le cure prossimali siano fonte di rassicurazione e garanzia di salute del bimbi e genitori.

“Un bisogno soddisfatto non si ripresenta”.

Se cerchiamo di rendere indipendente un bimbo o peggio un neonato dalle cure prossimali, in realtà non ci stiamo donando autonomia perché stiamo forzando i tempi alterando la fisiologia e stravolgendo le normali tappe di sviluppo. La totale dipendenza dal genitore da zero a tre anni è fondamentale per raggiungere l’autonomia al momento giusto.

Alla luce delle moderne conoscenze in ambito psicologico e grazie anche alle neuroscienze, possiamo oggi capire quanto ignorare i processi mentali ed emotivi dell’apprendimento sia un approccio quanto meno discutibile se parliamo dell’educazione di un bambino.

Empatia, collaborazione, riconoscimento e condivisione sono comportamenti pro sociali che generano spinte motivazionali ben più forti di un mero stimolo poiché instaurano una risposta più solida e duratura che crea legami solidali di reciproco aiuto e rispetto dei bisogni dell’altro.

Il bisogno fisiologico primario di un bambino è quello di costruire relazioni stabili con gli adulti di riferimento che possano occuparsi di lui, perché il bambino delega interamente la sua sopravvivenza alla mamma o al caregiver (nutrimento, protezione, riparo dall’ambiente, pulizia, trasporto), il quale, dando una risposta positiva alle sue necessità, dando una risposta “sufficientemente buona” come direbbe Winnicott, contribuisce in maniera significativa all’equilibrio dell’adulto che quel bimbo diventerà.