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EDUCAZIONE EMPATICA: CRESCERE SENZA PUNIZIONI

Quando empatia, rispetto e collaborazione prendono il posto delle punizioni e delle minacce, stiamo utilizzando uno stile educativo capace di contribuire con successo allo sviluppo sociale ed emotivo dei nostri bambini. 

 

Disciplina, educazione ed empatia: le differenze

 

«I principi disciplinari dovrebbero essere basati sulle aspettative dei genitori, in conformità con le reali possibilità del bambino e dovrebbero essere usati per fissare dei limiti ragionevoli di comportamento favorendo diverse scelte fra alternative ugualmente accettabili» (Berkowitz, 1996)

Molto frequentemente, quando si parla di bambini, si usa il termine “disciplina” in riferimento all’approccio utilizzato per la loro formazione, ma vediamo cosa significa letteralmente: 

«Complesso di norme che regolano la convivenza dei componenti di una comunità, di un istituto e sim., imponendo l’ordine, l’obbedienza, ecc.; e l’osservanza stessa di queste norme» (Treccani)

“Disciplina”, insieme a “imposizione” e “obbedienza”, sono termini che mal si accostano a quello che dovrebbe essere il percorso di sviluppo di un bambino, che si dovrebbe comporre invece di altri termini quali:

  • Educazione: il processo di trasmissione culturale, diverso per ogni situazione storicamente e culturalmente determinata, mediante il quale, all’interno di determinate istituzioni sociali (famiglia, scuola, ecc.), viene strutturata la personalità umana e integrata nella società.
  • Empatia: Capacità di porsi nella situazione di un’altra persona o, più esattamente, di comprendere immediatamente i processi psichici dell’altro.

Termini che sono decisamente più appropriati per riferirsi a quel meraviglioso processo di crescita che coinvolge i nostri figli 

Educare significa trasmettere dei modelli di comportamento morale e sociale accettabili, ma anche proteggere l’incolumità dei bambini attraverso l’uso di regole che li aiutino a capire cosa è sicuro e giusto e cosa non lo è, mentre vengono guidati al rispetto dei diritti propri e altrui. Nell’accompagnare i nostri figli in questo viaggio, sarebbe auspicabile che i genitori condividessero l’approccio educativo e soprattutto dovrebbe esserci un’uniformità interna alla coppia nell’insegnare e nel far rispettare le regole, sia nei contenuti che nei modi.

Date poche regole e chiare, modulate in base all’età e quindi al grado di comprensione, una volta che una di queste venisse disattesa, la punizione sarebbe una logica conseguenza (per un adulto), di un comportamento che il bambino mette in atto pur sapendo di non doverlo fare e avendo la possibilità di sceglierne uno adeguato. Per esempio: se un bambino di 4 anni disegnasse sul muro, dopo che gli fosse stato più volte detto di non farlo e avessimo minacciato di togliergli i colori, una punizione potrebbe essere quella di non permettergli di guardare la TV. Il bambino cosa imparerebbe in questo caso? Che “questo non si può fare” o solo che “il papà non deve scoprirlo” o “se disegno sul muro non vedo la TV”?

Questa situazione segue una logica di questo tipo: 

  • AZIONE (scrive sul muro) 
  • MINACCIA (ti tolgo i colori) 
  • PUNIZIONE (non guardi la TV) 

La punizione risulta non correlata causalmente all’azione, ma completamente slegata dal comportamento indesiderato. Quando usiamo le punizioni, dovremmo aver ben presente che la finalità comunicativa e l’insegnamento che vorremmo trasmettere viene totalmente perso poiché l’attenzione del bambino è finalizzata a evitare la punizione e non più a comprendere la richiesta fatta. Ogni volta che pensiamo di minacciare (se fai/non fai questo) e poi punire un comportamento, dovremmo riuscire a identificare il nostro obiettivo e individuare la strada che vogliamo percorrere per raggiungerlo.

Anche l’overcorrection (tecnica di modifica del comportamento in cui i bambini svolgono un comportamento appropriato che è direttamente correlato al comportamento che si desidera eliminare) e il time out (allontanamento temporaneo di un bambino da un ambiente in cui si è verificato un comportamento inaccettabile) sono forme di punizione anche se l’elemento punitivo non è arbitrario, ma correlato causalmente all’azione. 

Se invece provassimo una logica tipo: 

  • AZIONE 
  • SPIEGAZIONE 
  • CONSEGUENZA 

Cosa accadrebbe? Vediamo: “Amore mio, non si disegna sul muro! Vieni, vedi? È difficile togliere i colori dal muro e io e papà vorremmo che i muri rimanessero bianchi, così è più pulito e ordinato. Per favore vieni a fare il tuo disegno sul foglio”. Se il bambino dovesse riprovarci, bloccheremmo l’azione e ripeteremmo la spiegazione.

 

Motivazione interna, collaborazione e attenzione positiva

Alcuni genitori temono che essere troppo flessibili, o dare molte spiegazioni ai propri figli riguardo determinate regole comportamentali, faccia perdere loro l’autorità genitoriale, ma questo non è affatto vero! L’efficacia di spiegare a lungo e rappresentare la conseguenza (non la minaccia) di una determinata azione, permette ai bambini di comprendere le regole e far propri i principi che ne stanno alla base.

Molte delle tecniche utilizzate per l’educazione tradizionale sono tecniche cosiddette “operanti”. Aumentano la probabilità di attuazione di un comportamento e sono essenzialmente:

  • Rinforzo positivo
  • Shaping
  • Chaining
  • Prompting
  • Fading* 

Ma è necessario fare grande attenzione a come le usiamo!

L’uso della gratificazione e del riscontro positivo è fondamentale per dare motivazione. Una delle forme più potenti di rinforzo positivo è l’attenzione parentale, che, purtroppo al contrario, si va spesso a focalizzare sui comportamenti indesiderati che attirano inevitabilmente rimproveri e ammonimenti. È la cosiddetta “attenzione negativa”. Pur di avere attenzione e condivisione quand’anche negativa, nostro figlio attuerà comportamenti indesiderati e/o pericolosi. 

Ricordiamoci allora che tutti abbiamo bisogno di essere compresi, apprezzati e amati, i nostri figli per primi, cerchiamo di dedicare loro tempo e attenzione positiva! La scelta del riscontro è fondamentale! 

Può trattarsi anche solo di un sorriso, di una frase di elogio, di un commento rispetto a un lavoro/ azione svolta, purché sia sempre un giudizio sull’azione e mai sulla persona.

“Hai fatto un buon lavoro” è un giudizio per esempio, su un disegno.

“Sei stato bravo” è un giudizio sulla persona.

Se il disegno nell’esempio non fosse stato adeguato, il bambino sarebbe forse stato meno bravo? Credo proprio di no. Solamente non avrebbe eseguito un lavoro eccellente, può capitare. 

Motivazione interna, collaborazione e attenzione positiva sono elementi fondanti dell’Educazione Empatica!

 

 

La frustrazione del genitore

In questo articolo non vorrei nemmeno soffermarmi sulla punizione corporale come forma di disciplina, ma forse è opportuno chiarire almeno un punto. Anche se la sculacciata, inizialmente può sembrare efficace perché garantisce un’ubbidienza immediata da parte del bambino e permette di interrompere all’istante il comportamento indesiderato messo in atto, a lungo termine perde il suo scopo e se ripetuta nel tempo manda in escalation il comportamento che vorrebbe essere in tal modo punito.

«Se in molti casi, la distinzione fra la punizione corporale e l’abuso può essere soggettiva, è importante sapere che quando un’azione disciplinare, oltre che non essere efficace è anche ripetuta le tempo, è identificabile come abuso (Wisson e Roter, 1994).»

I genitori dovrebbero poter disporre di informazioni precise su come rispondere al comportamento dei propri figli, su come accogliere un bisogno, dovrebbero poter imparare delle tecniche e dei “trucchi” più che altro orientati a gestire la propria frustrazione. Uno di questi è lo “slowdown” che ho descritto in un mio articolo dedicato. Questa tecnica è molto utile quando dobbiamo spiegare e riorganizzare un comportamento ripetuto, per esempio: il bambino vuole lanciare un oggetto, noi blocchiamo l’azione e spieghiamo che “non puoi lanciare la macchinina, potresti far male a tua sorella, la macchinina ha le ruote, puoi spingerla sul pavimento”, il bambino ci riprova e noi dobbiamo bloccare e rispiegare “non puoi lanciarla, vedi, potresti colpire tua sorella”, il bambino riprova ancora una volta e noi blocchiamo e spieghiamo “amore ti ho chiesto di spingerla a terra, così vedi?”. Se il tentativo dovesse ripetersi, a quel punto potremmo limitarci a bloccare l’azione, in questo modo riduciamo la nostra frustrazione e ritardiamo l’arrabbiatura che ne conseguirebbe, rallentando la comunicazione verbale.

Sarebbe utile insegnare a i neo-genitori l’utilizzo di un nuovo tipo di stile educativo, talvolta anche molto lontano dalla cultura familiare tradizionale, ancor prima che si manifestino dei comportamenti indesiderati da parte dei figli

Perché l’empatia, il rispetto e la collaborazione rivestono un ruolo rilevante nello sviluppo sociale ed emotivo dei bambini!

*Prompting: consiste nel fornire al bambino uno o più stimoli sotto forma di aiuto (prompt), in modo che questi rendano possibile il verificarsi di un comportamento desiderato.

Fading: è un’operazione di controllo dello stimolo che consiste nella progressiva riduzione degli aiuti.

 

 

 

Barbara Bove Angeretti

 

 

 

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