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EDUCAZIONE EMPATICA: PREMI, BUGIE E SENSO DI COLPA

Webinar del 13.03.20

 

Vediamo insieme quali sono i meccanismi su cui si muove il modello educativo basato sul metodo premi e punizioni. Riprendo l’introduzione di un mio articolo precedente sul sonno per spiegare come funziona questo metodo. Intorno agli anni 50 alcuni psicologi cominciano a condurre i primi esperimenti sull’apprendimento, il principale autore di questi studi è il comportamentista Skinner che fece esperimenti di condizionamento sugli animali in laboratorio: un piccione viene posto in una gabbia al cui interno è presente una leva che se premuta dispensa cibo. Il piccione capisce in fretta il funzionamento e svolge quell’azione per ottenere la ricompensa.

Tramite questi studi lo psicologo capisce che è possibile modellare un comportamento con la tecnica del rinforzo positivo – premio o negativo – punizione, ovvero è possibile indurre un soggetto a compiere una determinata azione quando gli viene riconosciuto un premio e viceversa.

I ricercatori comportamentisti studiavano unicamente il paradigma “stimolo e risposta” senza considerare i processi mentali ed emotivi; quando a un determinato stimolo ottenevano la risposta o il comportamento desiderato lo premiavano rinforzando così quel comportamento. Questo approccio studia unicamente il paradigma stimolo-risposta, ignorando deliberatamente i processi mentali che intervengono tra stimolo (A) e risposta (B).

Per esempio: un bambino che è libero di fare diverse cose in una stanza, ma è rinforzato positivamente solo quando metto in ordine i suoi giochi, successivamente capirà che prenderli e mettere in ordine è un comportamento giusto da seguire. 

Un altro esempio: se diciamo “bravo” a un bimbo, ogni qual volta egli compie una azione voluta da un adulto (fa un bel disegno, sta in silenzio, mangia tutta la cena ecc), il bambino sarà indotto a svolgere quell’azione per ottenere la ricompensa, cioè l’approvazione dell’adulto.

Per ridurre invece la frequenza di un comportamento si usa il processo inverso: l’estinzione. 

Nel corso di ulteriori esperimenti di laboratorio Skinner collegó la ricompensa per il piccione, non a una azione da compiere, ma ad un timer e varió la quantità di cibo in maniera imprevedibile. Dopo un certo periodo il piccione inizió a premere senza sosta la leva che in precedenza aveva erogato cibo illudendosi che  quel particolare movimento potesse distribuire ancora cibo. Quando ciò non avviene, il piccione inizia a premere compulsivamente la leva fino a mostrare gravi segni di stress.

Oggi, grazie anche ai progressi delle neuroscienze sappiamo che ignorare i processi mentali che vengono implicati nella mediazione tra stimolo risposta è un approccio assolutamente da evitare se parliamo di educazione, poiché la maggior parte dell’elaborazione effettiva di uno stimolo avviene nel cervello e solo una parte è determinata dall’ambiente.

Vediamo di capire ora quali potrebbero essere gli effetti di utilizzare premi e punizioni in ambito educativo.

Papà: “Sofia metti in ordine la tua stanza”

Sofia: “….uffa ma sto giocando adesso!!”

Papà: “è già la quarta volta che lo dico, tu non aiuti mai faccio sempre tutto io, tu devi riordinare i tuoi giochi. Torno tra 5 minuti, se non l’hai fatto, niente TV”

In questo esempio abbiamo il papà che fa una richiesta, la figlia che prende tempo e nuovamente il papà che emette prima un giudizio (tu non fai mai niente), poi induce il senso di colpa (faccio sempre tutto io) infine minaccia una punizione (se non….).

Cosa succede adesso nella testa di Sofia? Deve rispondere a un bel cocktail di giudizio+senso di colpa+minaccia+rischio punizione, un bel carico emotivo da gestire anche per un adulto, figuriamoci per un bambino. Molto probabilmente se Sofia avesse fino a 5/6 anni, non farebbe nulla perché non saprebbe da dove cominciare: troppi stimoli da gestire tutti insieme ci mandano in tilt. Se Sofia avesse più di 6/7 anni, forse inizierebbe a riordinare sperando di evitare la punizione.

Siete d’accordo? Lo farebbe per evitare la punizione? Cosa avremmo insegnato allora a Sofia comportandoci come suo padre in questo esempio?Non le avremmo insegnato a temere una minaccia e a soddisfare una richiesta SOLAMENTE per evitare una punizione?

Vediamo ora questi esempi:

Papà: “Sofia per favore potresti riordinare la stanza?”

Sofia: “uffa ma sto giocando adesso!!”

Papà: “capisco tesoro, se però mi aiutassi a riordinare….  lo faccio sempre vero? Potremmo finire prima e avere tempo per fare altre cose”

In questo esempio abbiamo il papà che fa sempre la stessa richiesta, la figlia prende tempo, ma ora il papà cerca collaborazione invece di imporre una decisione, senza minacce, senza senso di colpa, ma con l’esempio! 

In questo modo possiamo davvero incentivare con l’esempio, la collaborazione famigliare, disinnescando il meccanismo dell’imposizione – senso di colpa – minaccia – punizione.

Soffermiamoci un attimo ora sui sensi di colpa:  questi derivano dall’aver tradito i nostri codici di comportamento interni che, di norma, vengono appresi durante l’infanzia. Il rimorso può essere positivo quando è strettamente legato ad un avvenimento reale perché aiuta a non commettere lo stesso errore, ma diventa negativo e/o autolesivo quando indotto arbitrariamente da altri o quando è slegato dalla realtà. 

Il senso di colpa ingiustificato è fonte di inutili sofferenze psichiche e, se dura abbastanza a lungo, questo tormento interno può portare a sviluppare vere e proprie patologie e una grande varietà di altri comportamenti autolesivi che possono minare gravemente l’autostima e creare un complesso di inferiorità.

Il potere esercitato attraverso il senso di colpa è meno evidente rispetto a quello dell’intimidazione,  ma risulta molto più manipolatorio:

“Cosa penseranno gli altri?” – “Non so proprio dove ho sbagliato con te” – “Tua sorella è sempre così brava a scuola” – “Mi fai sempre arrabbiare – “Tuo padre è stanco e a tu non lo lasci mai in pace”

L’effetto di questo genere di frasi su un bambino è un senso di colpa per avere deluso l’adulto e dato che  frasi di questo tipo tendono sempre ad essere indirette, eludono la responsabilità di chi le pronuncia.

L’arma del senso di colpa genera spesso frustrazione, poiché chi lo subisce difficilmente può arrabbiarsi con qualcuno che sente di aver ferito. Inducendo la colpa spesso si ottiene il comportamento desiderato, ma ancora una volta cosa stiamo insegnando ai bambini con questo tipo di interazione?

Il genitore ha il compito di continuare a mantenere il ruolo di guida, utilizzando l’autorevolezza in maniera assertiva ed empatica:

“Capisco che sia più facile correre senza la giacca, ma siccome fa freddo vorrei che tu la tenessi“

“Vedo che tu e tua sorella state discutendo, cosa pensi di poter fare per risolvere la questione?”

“ Per me è molto importante riuscire a trovare una soluzione quando non siamo d’accordo“

Una delle principali armi di autodifesa rispetto al senso di colpa è il ricorso alla bugia, indotta dal bisogno di evitare la colpa e più avanti la responsabilità.

Quando vostro figlio vi racconterà una bugia, provate a non dare una risposta immediata, ma prendetevi un attimo per analizzare quel comportamento e cercare di comprenderne le vere ragioni. La motivazione positiva rappresenta un fattore molto più efficace per ottenere collaborazione: l’apprezzamento personale, l’amore, il riconoscimento, l’autostima sono tutte fortissime motivazioni da privilegiare nella relazione con i piccoli. 

Barbara Bove Angeretti

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