MIO FIGLIO NON GIOCA DA SOLO

Ho chiesto alla mia amica e collaboratrice Debora Barbalace di scrivere un articolo per il mio blog sul tema del gioco.
Lei è mamma di due bambini e grande esperta di attività da fare con i bambini.
Sono molto felice che abbia condiviso la sua esperienza.

 

Miə figliə non gioca mai da solə

“Quando è nato il mio secondo bambino, ho avuto la fortuna di incontrare sul mio cammino Barbara, grazie a una consulenza che le ho richiesto per capire come gestire la situazione emotiva del fratell(in)o maggiore (all’epoca, 2 anni e mezzo).
Fino a quel momento ovviamente, come mamma di un solo figlio, avevo fatto il possibile per dedicargli un sacco di tempo, giocare con lui, coinvolgerlo in tante attività, interagire verbalmente di continuo, pensando di fare la cosa migliore.
I limiti di un tale atteggiamento mi sono risultati chiari solo quando, superate le prime fasi dopo la nascita del fratello, seppur rassicurato in merito al fatto che l’amore per lui era rimasto immutato, il bimbo “grande” faceva comunque fatica a trovare momenti anche brevissimi di autonomia, di solitudine, di libertà rispetto alla figura adulta.

La mia ansia di fare sempre qualcosa insieme, senza lasciargli mai il tempo e lo spazio per annoiarsi, ascoltare il silenzio, fissare qualcosa senza distrazioni, aveva creato una situazione di dipendenza assoluta nella ricerca di stimoli e un disinteresse a recepirli in maniera autonoma dall’ambiente.

Con il secondo bambino, sia per raggiunta consapevolezza sia per limiti organizzativi ovviamente ho seguito una strada diversa, e riscontrato differenti risultati: adesso siamo tutti in grado di passare del tempo concentrati ognuno sulle nostre attività, allungando i tempi di attenzione, motivandoci autonomamente in nuove sfide, allenando così l’autonomia, la fantasia e la libertà. È pur vero che la propensione al gioco autonomo varia da bambino a bambino, ma può sicuramente essere incoraggiata in tutti.

 

Il gioco autonomo
Il gioco come sappiamo è uno strumento fondamentale per la crescita: quando un bambino gioca, sta in realtà lavorando al proprio sviluppo cognitivo. È intuibile quindi l’importanza che ha la percezione di essere il protagonista, l’inventore, il regista dei propri giochi.

Il gioco autonomo serve infatti a sviluppare:
– Capacità di problem solving;
– Creatività e fantasia;
– Attitudine a relazionarsi con gli altri;
– Capacità di autogestione.

Interferire nei momenti di gioco autonomo pertanto è da evitare sin dalla più tenera età. Se è vero che giocare insieme ai propri figli è una delle attività di cui si compone il famoso tempo di “qualità e quantità” necessario alla loro crescita armonica (e anche alla nostra come persone e come genitori), è altrettanto vero che questa deve rispondere unicamente alle esigenze e alle richieste del bambino.

Questa attitudine inoltre va coltivata sin da piccolissimi: anche un bambino di un anno o meno, alle prese ad esempio con i travasi, ha bisogno di non essere interrotto e ha la capacità di mantenere l’attenzione focalizzata per qualche minuto (tempi che ovviamente si allungheranno con l’età).

Cosa non fare quando il bambino è concentrato in un’attività:
– Non interrompere per motivi futili o differibili
– Non spiegare, correggere, dare regole non necessarie
– Non commentare né esprimere giudizi
– Non aggiungere elementi/suggerimenti non richiesti
– Non prospettare soluzioni
– Se ci sono più bambini, allo stesso modo intervenire il meno possibile con la mediazione, a meno che non sia richiesto, incentivando comunque loro stessi a ricercare soluzioni.

NON SI TRATTA DI ABBANDONARE A SE’ STESSO IL BAMBINO, MA DI ESSERE PRESENTI SENZA ESSERE INVADENTI. Il tempo che il bambino riuscirà a trascorrere in autonomia giocando dipende infatti da un presupposto di partenza che è la soddisfazione emotiva, ovvero il tempo che siamo già riusciti a passare con lui senza distrazioni, senza fini specifici, a piena disposizione e con il solo obiettivo di scambiarci affetto e attenzioni.

 

Cosa invece si può fare per incentivare il gioco autonomo:
– Fornire ispirazioni
– Creare “inviti al gioco”

Come qualunque genitore avrà notato, l’ispirazione per eccellenza è costituita dall’ambiente esterno, dalla natura; chiunque di noi ha potuto assistere innumerevoli volte allo strano fenomeno per cui nessun bambino, all’aperto, sperimenta la noia. Lo spazio aperto diventa immediatamente uno stimolo al movimento, alla ricerca, alla curiosità, all’inventiva, anche in completa assenza di giocattoli.

Se gli viene data la possibilità – Un bimbo è capace di salire mille volte sullo scivolo, passare un’ora a creare mini-mondi con sassi, foglie e fiori, far diventare un legnetto decine di oggetti e soggetti diversi.

Negli ambienti interni occorre ricreare per quanto possibile le stesse condizioni di principio (anche se non di apparenza):
– Garantire spazi ordinati e lineari, non ingombri di oggetti, facilmente accessibili e privi di divieti;
– Mettere a disposizione materiali naturali e destrutturati, che possano diventare tutti i giochi che la fantasia suggerisce (legno, lana, stoffe, contenitori, carta e cartone, pupazzetti, costruzioni di vari tipi);
– Offrire oggetti di uso comune provenienti dal mondo adulto, coi quali i bambini possano imitare e anche aiutare i genitori (utensili vari, materiale per le pulizie, abbigliamento per i travestimenti, etc).

Non ci si pensa mai, ma spesso la maggior parte dei giochi strutturati, elaborati, tecnologici, focalizzati su un uso preciso, richiedono necessariamente la nostra presenza. Abituarsi al fatto che serva un genitore per recuperare il gioco da un ripiano alto, aprire la scatola, montarlo, farlo funzionare, è abbastanza semplice. E cosa succede in tutto questo tempo? Il bambino non sperimenterà, non si metterà alla prova, non elaborerà soluzioni, perché fa tutto l’adulto.

Di un gioco nel quale non si è scenografi e registi inoltre ci si stanca molto presto, scegliendo di passare ad altro e perdendo l’occasione di esercitare la perseveranza e la pazienza e innescando una spirale nella quale la concentrazione nelle varie attività si riesce a mantenere solo per pochissimo tempo (con cambi continui).

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Un ambiente ricco di proposte interessanti invece è l’ambiente dove il bambino può in autonomia organizzare attività pratiche per lui comprensibili, che ai nostri occhi ovviamente possono anche risultare senza senso e ripetitive ma che proprio per queste loro caratteristiche costituiscono per il bambino il modo più semplice per interiorizzare schemi, comprendere logiche di funzionamento, registrare soluzioni. Anche il gioco apparentemente più insignificante costituisce un esercizio utile e da non disturbare assolutamente (per esempio, mettere in fila pupazzi, altro non è che un fondamentale schema d’azione).

Nel tempo ho capito che certe volte la nostra presenza, tutt’altro che discreta, finisce per impedire ai piccoli di sperimentare la noia: e spesso da questa nascono nuove idee e nuove iniziative.  

Non dobbiamo neppure vivere con senso di colpa il tempo guadagnato per occuparci di noi, se succede: è un’occasione preziosa anche per i nostri figli, cui stiamo lasciando l’opportunità di crescere e progredire nel viaggio verso l’autonomia e la libertà.
“Il gioco è il lavoro del bambino”, M. Montessori (cit.)”

Ho scritto spesso di quanto la NOIA possa essere la chiave che apre le porte dell’immaginazione e della creatività.
Non intrattenere (o far intrattenere con corsi, attività ecc) costantemente i bambini, non significa ignorarli quando chiedono condivisione, significa dare attenzione, senza creare aspettative e lasciando a loro l’iniziativa.

Giochi elettronici, luminosi e schermi (di qualunque tipo: TV, videogame ecc.) di sicuro intrattengono e permettono all’adulto di avere qualche momento di riposo o distrazione, ma il prezzo che si paga per un uso frequente e quotidiano di questi dispositivi, lo pagano i bambini.

Dott.ssa Barbara Bove Angeretti

Consulente per il sonno e l’educazione empatica

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