IL RUOLO DEI GENITORI

I genitori mi chiedono spesso quale debba essere esattamente il loro ruolo oggi e come si possa affrontarlo nel modo più efficace possibile, per promuovere al meglio la crescita del proprio figlio.

Tanti si pongono anche altri quesiti: come sviluppare l’autonomia? Come supportare il pensiero critico? Come comunicare limiti e regole? Come rispondere a un “capriccio”?Quando essere duro o morbido con lui?… 

Il ruolo dei genitori si esercita in relazione a diverse responsabilità e assolvendo a diversi compiti, cosa che richiede di sviluppare delle adeguate competenze genitoriali.

Cominciamo con le definizioni, dal punto di vista pedagogico, possiamo individuare 3 FASI DELL’EDUCAZIONE:

1) 𝗙𝗮𝗿𝗲 𝗽𝗲𝗿 𝗹ə𝗶 (mantenere): è la fase in cui il bambino non ha gli strumenti per essere autonomo e dipende totalmente dal genitore;

2) 𝗙𝗮𝗿𝗲 𝗰𝗼𝗻 𝗹ə𝗶 (istruire): è la fase in cui al bambino vengono forniti dei mezzi o gli viene insegnato ad utilizzare nuovi strumenti di cui dispone, e lui apprende ad esercitarli;

3) 𝗢𝘀𝘀𝗲𝗿𝘃𝗮𝗿𝗲 𝗺𝗲𝗻𝘁𝗿𝗲 𝗹ə𝗶 𝗳𝗮 (educare): è lo scopo dell’educazione, cioè rendere il proprio ruolo ininfluente per il bambino, perché ha acquisito sufficiente autonomia e sicurezza di poter usare propri mezzi e necessita solo di stimoli per crescere ulteriormente.

Dal punto di vista educativo quindi, il ruolo dei genitori consiste nell’accompagnare il figlio attraverso il percorso di crescita, allo scopo di renderlo autonomo e consentirgli di realizzare il proprio progetto di vita.

Consideriamo ora alcuni aspetti che dovrebbero essere scontati, ma a volte non lo sono e vanno ad insinuarsi nelle scelte quotidiane:

▸ RISPETTO – Genitore e figlio hanno pari dignità, cioè entrambi meritano rispetto.
Non entro nel merito dei casi più efferati che si leggono nelle cronache, dove la dignità viene calpestata brutalmente, mi limito a osservare una certa tendenza a considerare il bambino come portatore di minori diritti rispetto all’adulto, cosa spesso assai diffusa, e in educazione non si può prescindere invece dal pieno rispetto del bambino per aiutarlo a crescere.
Per spiegarmi meglio, faccio l’esempio di chi ritiene che si possa usare violenza verbale o fisica su un bambino, o comunque alzare le mani a “scopo educativo”.  Considerare il bambino come un peso, un problema, o un pacco da spostare da una parte all’altra (da casa sua a scuola, da lì allo sport, poi dai nonni, poi con la babysitter…), non tiene conto delle sue esigenze ed è lesivo della sua dignità.

▸ LIMITI – Se da un lato, tra genitore e figlio deve esserci pari dignità, dall’altro non bisogna dimenticare che esiste una asimmetria di responsabilità tra di loro. 

La responsabilità educativa verso un bambino appartiene al genitore, e questo implica una serie di effetti di cui bisogna tenere conto.

Per esempio, molti genitori hanno la tendenza a relazionarsi ai propri figli su un piano del tutto paritario; li trattano come amici, come se fossero degli adulti, anche se hanno 5-10-15 anni, ma il ruolo genitoriale implica delle scelte che non possono essere fatte dal bambino; lo si può coinvolgere, e questo va fatto in moltissime situazioni; ma deve essere chiaro che la responsabilità di quella scelta ricade sul genitore.
Per capire meglio questo aspetto, basta riflettere su come reagire di fronte alla richiesta insistente di un bambino per avere un nuovo gioco visto al negozio: se l’acquisto non è possibile, il genitore deve accogliere la richiesta, ma comunicare il limite e mantenerlo, senza distrazioni, senza strategie, semplicemente relazionandosi in modo positivo.

“Amore capisco che davvero vorresti avere questo gioco, possiamo metterlo sulla tua lista dei desideri e appena sarà possibile comprare un gioco, andremo a vedere la lista”

La responsabilità deve ricadere sul genitore anche nel caso in cui ci siano più figli. Il figlio più grande non deve essere responsabile del più piccolo poiché questo creerebbe uno squilibrio nella loro relazione.

▸ APPROCCIO – le decisioni dei genitori dovrebbero essere sempre abbastanza condivise, o almeno prese con una certa uniformità di vedute sugli aspetti più importanti della vita del bambino. Quando ciò non accade, il bambino vive un conflitto, perché è chiamato a decidere se affidarsi alla scelta di un genitore o, al contrario, a quella dell’altro.
Questo crea inevitabilmente un profondo disagio nel bambino se si verifica con una certa frequenza, poiché vengono meno per lui i punti di appoggio a cui aggrapparsi; in sostanza, gli viene richiesto implicitamente di trovare sicurezza e conforto dentro si sé come deve fare un adulto, benché sia ancora un bambino.

 

1. Prima infanzia e ruolo dei genitori

La prima infanzia è la fase dello sviluppo del bambino che si svolge tra 0 e 3 anni. È un momento molto importante per lo sviluppo delle principali abilità di una persona e per la costruzione di quella che definiamo “personalità”.

E’ un momento in cui il bambino ha bisogno di interagire e relazionarsi principalmente con un adulto disponibile e amorevole nel rapporto di 1:1. E’ importante offrire al bambino occasioni di incontro con i pari, ma non è ancora il momento in cui compare il gioco collaborativo.

Per quanto impegnativo possa essere è opportuno portare il massimo rispetto verso il bambino; questo significa che serve conoscere i suoi delicati ritmi per assecondarli nel miglior modo possibile. Il bambino ha il diritto di dormire e mangiare in modo adeguato alle sue necessità, ma anche il diritto di ricevere le cure dai suoi genitori, gli stimoli per conoscere il mondo in cui vive e il diritto di vedere soddisfatte le sue necessità di crescita.
L’abitudine al dialogo e la Comunicazione Non Violenta permettono ai genitori di trovare soluzioni collaborative e di adattarsi in modo positivo ai suoi ritmi con un approccio Mindful.

In questa fase il bambino potrebbe richiedere il contatto costante per dormire.

 

2. Seconda infanzia e ruolo dei genitori

La seconda infanzia è notoriamente la fase dello sviluppo del bambino che si svolge dai 3 ai 6 anni. È un momento in cui si manifestano in modo molto evidente delle abilità più complesse nel bambino, come parlare, correre e saltare, fare giochi più complessi, ecc. e in cui l’educazione deve adattarsi al meglio a questi bisogni.

Questo è un momento in cui il bambino pone molte domande e ha il diritto di vedere soddisfatte le sue curiosità; perciò è importante che si cerchi sempre il modo di rispondere ai suoi tanti perché. Se non si conosce la risposta o non si è pronti a darla, nulla vieta di prendere tempo e di riprendere l’argomento in un secondo momento.

A questa età il bambino solitamente frequenta abitualmente il gruppo dei pari (scuola dell’infanzia, nel bosco, parco giochi ecc) e può andare incontro a qualche difficoltà di relazione o gestione delle emozioni.

E’ importante che il bambino sappia che mamma e papà lo hanno “nella mente” ovvero si informano su quanto accade in loro assenza, sui successi e sulle difficoltà e si adoperano per dare un riscontro e soluzione ad a eventuali problemi che il bambino non è in grado di affrontare da solo, insomma…: deve sapere che i genitori sono sul pezzo.

Ancora in questa fase il bambino potrebbe richiedere il contatto per dormire.

 

3. Terza infanzia e ruolo dei genitori

La terza infanzia è la fase dello sviluppo che si svolge dai 6 ai 9/10 anni circa. È il periodo in cui si consolidano alcune delle più raffinate capacità di una persona, come la lettura, la scrittura e le abilità matematiche e in cui l’educazione va contestualizzata opportunamente attorno a queste esigenze.

La gestione delle esigenze di un bambino di questa età passa inevitabilmente al “livello di difficoltà successivo” poiché i bambini via via acquisiscono sempre maggiore autonomia che va valorizzata! Lasciando per esempio che si allaccino le scarpe da soli. Allacciarsi le scarpe da soli può sembrare semplice, ma è un passo importante! 

Cominciano a stringere legami forti con gli amici e le amiche del cuore e ci tengono ad essere accettati e amati dai loro pari. E sempre più si mettono alla prova, tra i banchi di scuola o in un campo di basket o sul parquet della scuola di danza. Questa fascia di età è contraddistinta infatti dallo sviluppo molto rapido delle abilità fisiche, sociali e mentali.

Saltano, corrono, si arrampicano, cadono, si rialzano. Hanno un buon senso dell’equilibrio. Il loro linguaggio si arricchisce sempre più: imparano e usano termini nuovi. Comprendono il rapporto di causa-effetto tra due eventi. Sviluppano fiducia in se stesso e autostima.

“Sei-otto anni è un’età di grande espansione intellettuale, di comprensione del mondo e delle sue regole” sottolinea Anna Oliverio Ferraris, docente di Psicologia dello sviluppo alla Sapienza di Roma. “Può dunque accadere che bambini e bambine, in una sorta di anticipazione dell’adolescenza, contestino le regole stabilite e seguite dai genitori. E’ questa una strategia che utilizzano per capire se le regole sono veramente importanti e non arbitrarie e se i genitori sono coerenti e determinati nel farle rispettare. 

Quando le regole sono adatte all’età e gli adulti sono coerenti nel richiederne il rispetto – spiega la psicoterapeuta – i bambini possono protestare qualche volta e disobbedire, ma poi comprendono che le regole non soltanto indicano un percorso, forniscono una linea interpretativa del mondo, ma hanno anche il pregio di proteggerli in una fase della vita in cui non sono ancora in grado di gestirsi da soli”.

 

 

Madri e Padri: ruoli diversi

La paternità ha attraversato una profonda crisi a causa dei cambiamenti socio-culturali avvenuti e di quelli che probabilmente avverranno, il ruolo principale della mamma soprattutto nei primi anni di vita, rischia di far sentire inadatti i padri che invece avranno più avanti il loro ruolo di protagonisti. 

Per crescere in maniera equilibrata, i figli hanno bisogno di un padre e di una madre, di due figure complementari tra loro che sappiano fare gioco di squadra, senza confusione dei ruoli. È sempre maggiore il numero di bambini che crescono con solo metà di ciò di cui hanno bisogno.
Da qui nasce la necessità di riaffermare con forza l’importanza del ruolo paterno nel nostro contesto storico e sociale e di chiarire che esso non può essere solo un fac-simile di quello materno, il papà non è un mammo. 

Il padre non deve occupare lo spazio che, eventualmente, “avanza” alla madre, ma ha delle caratteristiche proprie.
La mamma è la figura preposta alla cura, alla protezione del bambino (ed ecco perchè il bimbo ricerca principalmente la mamma quando è ora di andare a dormire), alla soddisfazione dei suoi bisogni, all’accoglimento. Nei primi 3 anni di vita la prevalenza di questo tipo di relazione è fondamentale. Il neonato necessita d’instaurare una relazione simbiotica con la madre, improntata alla cura e all’accudimento che è fondamentale per la sopravvivenza e l’acquisizione di alcune importanti competenze di natura psichica come l’attaccamento, l’autoefficacia  e l’autostima. Man mano che cresce e si sviluppa, il bambino, soprattutto a partire dal terzo anno di vita, ha bisogno anche di essere sostenuto nel processo che lo conduce all’autonomia. 

Il papà è la figura che presidia questo processo di mediazione del mondo esterno. Il padre riveste un ruolo imprescindibile nella crescita del figlio e nello sviluppo della sua personalità perchè aiuta il bambino nel processo di separazione dal la mamma per uscire dalla con-fusione e arrivare all’individuazione.

Il padre non può sostituirsi né sovrapporsi alla madre, ma deve gradualmente inserirsi nel rapporto madre-bambino, fino a trasformare la diade in triade.
La paternità interviene direttamente nella strutturazione della personalità di un bambino, gli consente di evolvere sul piano dell’autonomia e, pertanto opera perché si compia pienamente il processo d’individuazione. L’assenza del padre o la carenza di questa funzione sono collegate a difficoltà e disagi che bloccano o impediscono lo sviluppo psicologico di un bambino.

Il padre infine influenza direttamente lo sviluppo cognitivo dei figli. Promuovere la capacità dell’autonomia significa infatti incidere anche sullo sviluppo di un pensiero indipendente e maturo, dotato di capacità critica. Padri disponibili a spiegare le ragioni di una regola o di un limite, capaci di atteggiamenti autorevoli e ragionevoli, permettono ai figli di maturare più facilmente sul piano intellettivo. Questa disponibilità a comprendere e rispettare i bisogni dei figli, a discutere con loro delle possibili soluzioni a un problema sembra pure favorire sia il pensiero critico che la curiosità e la creatività.

Il concetto di genitorialità o Parenting necessita di un collegamento anche con la dimensione culturale in particolare in un momento storico in cui sono presenti forti trasformazioni nelle tipologie famigliari. Per questo il concetto di Parenting può essere definito come un insieme che trova la sua definizione in diverse aree: biologico, psico-socio-culturale ed educativo.

 

Sitografia:

https://alessandro-ricci.it/il-ruolo-educativo-del-padre/
https://www.pedagogistaonline.it/ruolo-dei-genitori/
https://www.nostrofiglio.it/bambino/lo-sviluppo-del-bambino-tra-sei-e-otto-anni

 

Dott.ssa Barbara Bove Angeretti

Consulente per il sonno e l’educazione empatica

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