EPIGENETICA E ATTACCAMENTO

Il modo in cui ci comportiamo ovvero il nostro “carattere” è determinato da fattori genetici e processi sociali ambientali. Tra questi ultimi il legame di attaccamento e l’amore materno sono sicuramente i più importanti, talmente tanto che il rifiuto materno è considerato uno dei principali fattori di rischio di sviluppo atipico.

L’ambiente sociale è fondamentale più di quanto si possa credere in modi che dobbiamo ancora finire di scoprire… L’ambiente può superare la genetica. Le conoscenze che acquisiamo, i comportamenti che scegliamo di adottare possono cambiare la struttura del nostro cervello per sempre, possiamo formare nuove connessioni sinaptiche che possono generare risposte diverse a medesimo stimolo.

L’ambiente in cui cresciamo può modificare le proteine della cromatina in cui è avvolto il DNA, questo permette di alterarne la trascrizione nell’attivazione del materiale genetico, questo processo prende il nome di “epigenetica”.

 

Cosa c’entra l’attaccamento con l’epigenetica?

L’ambiente a cui siamo esposti nei primi anni di vita, determina l’architettura del nostro cervello e questa strutturazione avviene attraverso l’interazione con l’ambiente.

Michael Meaney è il primo neuroscienziato ad aver dimostrato che i cuccioli di topo che venivano leccati frequentemente dalle madri nei primi 10 giorni di vita avevano mostrato cambiamenti nell’espressione genica dell’ippocampo, riuscivano anche a gestire meglio i fattori di stress ambientale. Nei topi il funzionamento di più di 900 geni viene regolato dalle leccate e dalle cure della mamma.

Si ritiene quindi che l’espressione genica venga particolarmente influenzata durante il periodo prenatale e postnatale e adesso sappiamo che questi periodi sono fondamentali, non solo per il cervello, ma anche per il comportamento disturbato nell’infanzia che è un preludio alla violenza in età adulta.

Torniamo alle cure e all’attaccamento:

Sorprendentemente i cambiamenti nell’espressione genica causati dall’ambiente cui si è esposti nella prima infanzia sembrano trasferirsi anche alla generazione successiva. Dunque l’ambiente esterno non causa solo mutazioni genetiche a livello individuale, ma anche effetti permanenti che si trasmettono alla generazione successiva.

L’idea interessante è che nonostante il 50% della variazione nel comportamento sia di origine genetica, i geni non sono fissi, le influenze sociali danno come risultato delle modifiche nel DNA che hanno influenze profonde sul funzionamento neuronale futuro.

Inseriamo ora queste alterazioni dell’espressione genica in un contesto sociale più ampio che descrive gli effetti di base e permanenti che tali processi hanno sul cervello: il rifiuto materno, la mancanza sociale, emozionale e nutrizionale negli esseri umani, nei primi momenti di vita, causa un funzionamento a regime ridotto della corteccia orbitofrontale, della corteccia infralimbica prefrontale, dell’ippocampo, dell’amigdala e della corteccia laterale temporale.

Stress cronici e prolungati tra cui ad esempio, l’interruzione delle cure materne o la scarsità delle cure ricevute creano danni al sistema di risposta allo stress. Sappiamo per esempio che è un eccessivo rilascio di cortisolo in risposta a uno stress, risulta neurotossico per le cellule piramidali dell’ippocampo, una regione del cervello importante per l’apprendimento e la memoria, sappiamo inoltre che il rifiuto materno, specie se abbinato alle complicazioni alla nascita, triplica le possibilità che si manifesti violenza nell’adulto.

Crescere in un ambiente che causa stress influisce non solo sull’espressione genica e sul funzionamento neurochimico, ma anche sulla crescita e sulla connettività del cervello, determinando modifiche strutturali a numerose aree del cervello deputate al controllo degli impulsi e alla gestione delle emozioni.

Le amorevoli cure materne rappresentano invece un fattore protettivo per lo sviluppo di empatia e l’attivazione corretta di tutte le strutture cerebrali che sottendono le funzioni esecutive.

 

NOTE E BIBLIOGRAFIA

Maternal care, hippocampal glucocorticoid receptori and hypothalamicpituitary-adrenal responses to stress. Liu, Diorio et al.
• Pre and prei-natal environmental risks for ADHD. Mill, Petronius et al.
• Epigenetic influence of social experiences across the lifespan. Champagne F.A.
L’anatomia della violenza. Le radici biologiche del crimine. Adrian Raine.
Local brain functional activity following early deprivation. Chugnai, Behen et al.
• Si riferiscono alle capacità cognitive coinvolte nell’iniziazione, pianificazione, organizzazione e regolamentazione dei comportamenti (Stuss & Benson, 1986).
• Il termine “FUNZIONI ESECUTIVE” indica una serie di processi cognitivi che interagiscono tra loro per avviare pensieri e organizzare azioni funzionali al raggiungimento di uno scopo (Shallice, 1994; Benso, 2010), fornendo al soggetto le abilità necessarie per gestire il proprio comportamento.
Lo sviluppo delle funzioni esecutive avviene durante l’infanzia e coincide con la maturazione dei lobi frontali, che continua fino all’adolescenza (Fuster, 1993).

In età evolutiva, i deficit associati sono:

  • Scarso controllo degli impulsi
  • Difficoltà nel monitorare il comportamento
  • Ridotta capacità di servirsi dei feedback dell’adulto per pianificare le azioni
  • Scarsa abilità di ragionamento astratto
  • Difficoltà nel generare strategie
  • Scarsa flessibilità̀ mentale.
  • Le funzioni esecutive sono implicate: 

  • Nella pianificazione di strategie di risoluzione dei problemi (problem solving)
  • Nel monitoraggio del proprio comportamento
  • Nell’inibizione di risposte comportamentali non adeguate al contesto (autocontrollo)
  • Nella capacità di passare rapidamente da un compito all’altro (shifting o flessibilità cognitiva)
  • Nel mantenimento delle informazioni e nella loro manipolazione per l’esecuzione di un compito (working memory)
  • Nell’aggiornamento continuo delle informazioni
  • Nella consapevolezza della sequenza temporale degli eventi
  • Nella capacità di astrazione e categorizzazione di stimoli ed eventi
  • Nella volontà di dare inizio alle azioni (volizione)
  • Nell’eseguire azioni che richiedono il distacco da comportamenti abituali e stereotipati (comportamento strategico) (Shallice, 1994)
  • Nel mantenimento dell’attenzione nel tempo.
  • Tali funzioni consentono, quindi, di manipolare mentalmente le idee, di adattarci rapidamente e in modo flessibile alle circostanze in continuo cambiamento, di ragionare, di rimanere concentrati e affrontare nuove sfide.
    Permettono, inoltre, di prendere delle decisioni ed esercitare il controllo su ciò che facciamo (Diamond, 2013).
    Grazie alle funzioni esecutive, siamo in grado di inibire gli impulsi che potrebbero metterci nei guai o che potrebbero farci prendere delle decisioni errate.

    Barbara Bove Angeretti

    Dr. in Psicologia dello sviluppo. Consulente per il sonno e l’educazione empatica. Insegnante di comunicazione e Mindfulness.

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